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inadeguatezza dei dispositivi di protezioni

Roma, 28 Feb – PuntoSicuro si è soffermato più volte sul tema dell’eventuale inidoneità dei dispositivi di protezione individuale (DPI) con particolare riferimento, nella rubrica “ Imparare dagli errori”,  agli infortuni in cui i dispositivi erano stati utilizzati ma erano risultati non adeguati al rischio da cui proteggersi o inidonei a causa delle dimensioni, del deterioramento del dispositivo e della mancata manutenzione.

L’evento infortunistico e le sentenze di primo e secondo grado

Nel documento si ricorda che la Corte di Appello di Brescia “ha confermato la sentenza di primo grado del Tribunale di Mantova, con cui M.A. è stato dichiarato responsabile del reato di cui all'art. 590, primo, secondo e terzo comma, cod.pen.” per avere, in qualità di legale rappresentante della XXX s.p.a., in violazione degli artt. 66, 18, comma 1, lett. d, 37, comma 1, del d.lgs. n.81 del 2008, “cagionato lesioni colposi gravi, con prognosi di 75 giorni, a P.B., dipendente presso il locale caldaia della ditta, ustionato ai piedi a causa di due scoppi delle bombolette spray in data 18 giugno 2010”.

In particolare nella sentenza di primo grado, “l'infortunio patito da P.B. è stato ricondotto all'inconsulto comportamento di un terzo che, gettando delle bombolette spray nella caldaia, mentre la persona offesa era intenta in operazioni di sgrigliatura, ha provocato uno scoppio nella camera di combustione; al datore di lavoro è stata attribuita la responsabilità dell'evento in quanto, in violazione dell'art. 2087 cod.civ., non ha dotato la macchina di dispositivi di chiusura manovrabili solo dagli addetti e non ha previsto la presenza di un ausiliario dell'operaio addetto alla sgrigliatura che potesse sorvegliare lo sportello in modo da impedire comportamenti impropri da parte di estranei. Al contrario, nella ricostruzione della Corte di Appello, si è escluso che l'infortunio sia derivato dal comportamento di un terzo non identificato, consistente nel gettare le bombolette spray nella caldaia, e lo si è attribuito all'imputato per non aver messo a disposizione della persona offesa i dispositivi di protezione pur previsti nel documento di valutazione rischi (e, cioè, di stivali o di ghette da abbinare alle scarpe), che avrebbero impedito alla cenere di penetrare all'interno delle calzature”.

Inoltre il giudice di secondo grado ha “escluso che P.B. stesse lavorando a piedi nudi o con scarpe da ginnastica, ritenendo, invece, che egli indossasse le scarpe polacchino con suole HRO, che gli risultano consegnate dalla scheda personale di fornitura”.

M.A. ha poi proposto ricorso per cassazione in data 6 giugno 2017 adducendo quattro motivazioni.

I primi tre motivi riguardano:

 “l'omessa motivazione in ordine all'eccepita violazione dell'art. 521 cod.proc.pen., pur ravvisata dal giudice di secondo grado nella sentenza di primo grado”;

 “la violazione degli artt. 521 e 522 cod.proc.pen., atteso che, avendo il giudice di secondo grado sostituito la motivazione della condanna, rendendo il reato accertato conforme alla contestazione, ha privato l'imputato di un grado di giudizio”;

 “l'inosservanza dell'art. 597 cod.proc.pen., essendosi riconosciuta una circostanza aggravante esclusa dal Tribunale in difetto di appello del pubblico ministero (omessa fornitura dei dispositivi di protezione individuale indicati nel documento di valutazione rischi)”.

Mentre con il quarto motivo si è “dedotta la manifesta illogicità della motivazione relativamente alla previsione nel documento di valutazione rischi, al tempo dell'infortunio, di utilizzo di ghette o stivali, che sono state previste solo nel documento di valutazione rischi adottato successivamente all'infortunio, ed alla inidoneità dei dispositivi di protezione individuale effettivamente previsti, anche se correttamente indossati (scarponcini e pantaloni a copertura del collo del piede), ad evitare l'infortunio”.

La Corte di Cassazione indica che il ricorso non merita accoglimento.

Infine  la risposta al quarto motivo di ricorso che entra un po’ più nello specifico del tema dell’idoneità dei DPI.

Infatti secondo la Corte non merita accoglimento anche il quarto motivo, che, “da un lato, si traduce nella denuncia di un asserito travisamento della prova relativamente al contenuto del documento di valutazione dei rischi adottato prima dell’infortunio e, dall’altro, nella censura della valutazione effettuata dal giudice di merito circa la inidoneità dei dispositivi di sicurezza individuali, consistenti nei soli scarponcini senza ghette, anche se abbinati a pantaloni ignifughi”.

Le conclusioni della Corte di Cassazione

In definitiva con la Sentenza n. 1254 del 12 gennaio 2018 la Corte di Cassazione indica che “il ricorso va rigettato con conseguente condanna del ricorrente al pagamento delle spese del procedimento”.

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